Se il bue si ribella
18.02.2010
Da Gorizia,
scrive Nicola Falcinella
Harutyun Khachatryan
"Quando c'era l'Urss piacevo ai dissidenti ma non al regime. Quando sono andati al potere i dissidenti, dopo l'indipendenza dell'Armenia, non piacevo più nemmeno a loro". Intervista a Harutyun Khachatryan, premio Darko Bratina 2009
Harutyun Khachatryan, documentarista armeno nato nel 1955 in Georgia (dove la sua famiglia si era stabilita dopo la diaspora), riassume così i suoi problemi con la politica in circa 30 anni di cinema.
In dicembre ha ricevuto dal Kinoatelje di Gorizia il “Premio Darko Bratina – omaggio a una visione”. Un riconoscimento dedicato al fondatore del circolo culturale goriziano volto a far scoprire artisti poco noti piuttosto che celebrare i soliti nomi, come a volte si limitano a fare altri festival e premi.
Inoltre il “Bratina” è un esempio di collaborazione transfrontaliera: le tre giornate del premio si sono svolte tra Gorizia, Lubiana, Trieste e Udine facendo interagire le diverse realtà da una parte e dall’altra della frontiera.
Il riconoscimento premia quest'anno un documentarista più volte presente ai festival italiani. Il suo ultimo lavoro, «Sahman - Confine», è stato in concorso al Festival dei Popoli a Firenze in novembre. Rappresenta una lettura metaforica del confine tra Armenia e Azerbaijan, dove fili spinati e reticolati segnano una delle frontiere più chiuse del Caucaso. L'unico a ribellarsi ai blocchi del confine è un giovane bufalo, con i suoi continui tentativi di fuga.
Il film, come quasi tutti i documentari del regista armeno, è quasi senza parole. Khachatryan ci scherza su nelle chiacchierate con i giornalisti e con il pubblico a Gorizia: «Credo di aver esagerato questa volta con le parole, nei miei film non ci sono molti dialoghi».
"Essere in contrasto con il potere politico – ha spiegato il regista - è la condizione di ogni artista. Associo il mio lavoro a quello di un chirurgo, che prima di sanare le ferite deve provocare dolore. Nei miei film mostro cose, fatti, persone, fenomeni, che molti nella società non vedono o preferiscono non vedere. Per questo ogni nuovo film provoca contrasti con il governo".
Questi problemi continuano anche ora?
Tutti i governi, dall'epoca sovietica a oggi, hanno considerato i miei film come un fastidio. I miei film del periodo dell'Urss erano considerati allora come opere del dissenso, oggi sono visti come film poetici. È un po' il problema degli Stati piccoli, che pensano di dover nascondere tutto ciò che è negativo. E l'attitudine del potere politico segue una linea di continuità da allora ad oggi. Sono cambiate le persone, ma l'approccio del potere verso i miei film resta lo stesso.
Come mai questo uso rarefatto delle parole?
La maggior parte dei registi sceglie la via più semplice: usare parole e discorsi. E le immagini passano in secondo piano. Negli ultimi anni c'è stata un'invasione di «radio-film» e chi si esprime con le immagini è meno accettato rispetto a un tempo. Con i miei film cerco di fare esprimere le persone, non importa che lingua parlino, conta la loro componente universale. Invece la comunicazione peggiora quando parliamo, perché le lingue diverse creano delle barriere.
Il suo film si intitola «Sahman - Confine». Però vista dall'interno dell'Unione Europea sembra che i confini stiano scomparendo…
C'è una tendenza globale a superare i confini perché è chiaro che rappresentano un ostacolo alla vita della gente comune. Questo non è il caso dei territori post-sovietici. Ogni nuovo Stato rafforza i confini, fisici, psicologici, esistenziali. Nel caso dell'Armenia la situazione è peggiorata dal fatto che il confine con la Turchia è chiuso unilateralmente dai turchi da anni. E dobbiamo inoltre ricordare il genocidio compiuto dai turchi che tanto dolore ha portato agli armeni. Dopo l'indipendenza una situazione simile si è creata a est con l'Azerbaijan, per la questione dei diritti della minoranza armena in quello Stato. Si sono creati ulteriori confini anche per le difficoltà soprattutto esistenziali delle persone. I miei film non sono contro nessun popolo, ma sono contro tutti i confini, sia quelli esterni sia quelli interiori. «Sahman» è un film semplice ma non è solo spettacolo e richiede un po' di attenzione dallo spettatore.
Come è nato il film?
E' nato dal dolore che provavo vedendo quanti armeni soffrono per via dei confini. È un'idea che mi disturba profondamente. Non accade solo in Armenia ma anche nel resto del mondo, è una questione universale. Si stanno costruendo sempre nuovi confini. Non solo fisici, ma spirituali, psicologici, culturali. Con questo film ho cercato di mostrare la vita della gente comune, dei villaggi, alle prese con un confine. Ho cercato di esprimere il concetto di confine attraverso di loro. Più confini si fanno e più problemi emergono, e dobbiamo farci i conti.
Come è stato accolto questo lavoro?
Credevo potesse interessare solo nell'ex Urss invece ha ricevuto inviti da più di 20 festival in tutto il mondo, ottenendo sette premi. Cinque di questi sono arrivati dopo la comunicazione del Premio Bratina, si vede che mi ha portato fortuna! Il film è stato più volte in Turchia e ha vinto il Gran Prix al Festival di Antalya, il più importante da loro. È stata una grande soddisfazione per me.
Il bufalo è l'unico che si ribella, che prova a fuggire, mentre le persone sembrano rassegnate. Perché ha scelto questa metafora?
Il cinema è un linguaggio abbastanza nuovo e se sei onesto e maneggi le immagini in modo onesto puoi trovare il modo di usarle per esprimerti con delle metafore. Il bufalo è il personaggio principale, perché la gente là è troppo impaurita per esprimere la propria opinione. Avevo in mente una connessione con la natura e questo era il modo più diretto per esprimerla. Nella realtà gli esseri umani accettano le cose troppo facilmente e per questo vengono accettati anche i confini tra le repubbliche dell'ex Urss, e questo non va bene.
Lei è armeno ma è nato in Georgia, ad Akhalkalak, come mai?
Io sono nato in Georgia perché la mia famiglia vi si era trasferita per sfuggire al genocidio turco. Un effetto della diaspora che ha disperso armeni ovunque. Però le minoranze sono effetto anche dell'ingegneria etnica di Stalin che creò in ciascuno Stato delle enclavi, delle minoranze dei popoli dello Stato vicino. Erano bombe a orologeria che il potere centrale poteva usare in caso di bisogno. Su questo tema vi è un film al quale lavoro da circa 20 anni. Si chiamerà «Il ritorno infinito e la fuga infinita». Il tema sono gli armeni che scappano o ritornano per ragioni politiche, economiche o altre. Cerco di capire le ragioni di questa mobilità dell'identità. Non cerco risposte, ma pongo domande. Questa non è certo una condizione esclusiva degli armeni, ma forse la nostra peculiarità è che per apprezzare il ritorno dobbiamo lasciare le origini. Più che un documentarista mi sento un sociologo, anche se cerco di mostrare tutto in modo artistico. Mi chiedo cosa siano la terra e la famiglia per un individuo. Sono domande che mi preoccupano più che interessarmi. Vorrei che tutti guardassero i miei film preoccupandosi per quello che vedono e notano. Spero di finire il film tra un anno.
E il cinema in Armenia?
L'Armenia è un Paese strano, c'è un piccolo circolo di persone che fanno cinema. Ogni anno non si realizzano più di due-tre lungometraggi e una ventina di corti. Nonostante questo, abbiamo dato al mondo cineasti come Paradjanov, Mamoulian o Peleshian. Poi ci sono i registi originari dell'Armenia che parlano del Paese pur vivendo in altri posti del mondo, come Egoyan o Guediguian. Io ho deciso invece di continuare a stare e lavorare là. Da noi ci sono pochi cineasti ed è difficile fare film, ma come direttore del festival dell'Albicocca d'Oro di Yerevan e della nostra piccola scuola di cinema sono orgoglioso che i nostri giovani siano riusciti a produrre 5-6 progetti. Più che insegnare come si fa un film, bisogna far conoscere le possibilità di accedere a bandi e finanziamenti internazionali.